Una delle riflessioni che sono uscite fuori da Sci(bzaar)net è relativa a come l’evento è stato organizzato. Gianandrea ha riflettuto molto su come creare qualcosa che favorisse i contenuti rispetto al cazzeggio da Barcamp e alla fine ha tirato fuori questa formula “ristretta” che secondo me ha funzionato molto bene.
Ha funzionato perché ha saputo andare contro a due grandi tabù della collaborazione in rete. E cioè che il grassroot e l’apertura abbiano sempre e comunque effetti positivi. A volte, è necessario restringere un po’ il campo, e unire alle idee generate dal basso un minimo di guida.
Su quest’ultimo punto, pensateci: moltissimi servizi web che funzionano bene (banale: Wikipedia) uniscono al concetto di grassroot un minimo di direzione. Che non vuol dire mancanza di democrazia. Ma semplicemente che esiste qualcuno riconosciuto dalla comunità come persona a cui fare riferimento. Non che il grassroot sia il male. Anzi, spesso funziona da solo, senza bisogno di interventi particolari. Ma nel momento in cui si vuole raggiungere un obiettivo definito a priori, mi sembra che un mix di top-down e bottom-up possa funzionare meglio e ridurre un po’ il rumore.
Al che, visto che mi sto scervellando da una parte sulla progettazione e dall’altra su quello che i giochi ci insegnano, mi è venuto in mente che esiste un modello simile nel mondo dei giochi.
Sto parlando dei roleplay.
Nel gioco di ruolo tipicamente troviamo un certo numero di giocatori che interpretano altrettanti personaggi, e un giocatore speciale – chiamato ora Master, ora Narratore – che si occupa di impersonare antagonisti e personaggi di contorno e di regolare il mondo di gioco.
Ora, l’obiettivo di un gioco di ruolo è di costruire una storia che faccia divertire tutti. Siamo chiaramente nel campo dei giochi a guadagno condiviso: se uno dei giocatori (che possono muovere il loro personaggio come meglio credono) devia troppo da quello che il master ha preparato, è chiaro che tutto diventa subito meno divertente. Allo stesso modo se il master non equilibra al meglio il mondo di gioco causerà frustrazione nei compagni.
Perché un modello del genere funziona? Proprio perché la storia è generata da un mix di grassroot (i giocatori, che attraverso le loro azioni intervengono e creano storie) e di top-down (il master che regola il mondo e porta avanti gli eventi legati alla storia). Perché c’è un contratto sociale chiaro e ben definito, un obiettivo preciso. Perché i giocatori sono in numero limitato.
Il che non vuol dire che sia per forza un modello esclusivo. Come per i giochi di ruolo ci sono convention e incontri, per la rete esistono molte altre modalità che invece si basano sulla socializzazione e sull’inclusione.

Quindi con piacere vengo a sapere che anche nei Roleplay vi è una figura che può essere vista come un enabler della comunità: il Narratore o Master!
Una figura che cerca di favorire le interazioni tra i partecipanti (e che siano sempre bottom-up) mantenendole sempre all’interno di un contratto sociale condiviso.
Grazie per lo spunto, sicuramente studierò meglio l’universo del Roleplay! :-)
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