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Knowledge workers united

by Federico Fasce on 7 October 2008

Come probabilmente saprete se siete tra i pazzi che seguono questo blog, ho da quasi un anno aperto partita IVA con regime agevolato. L’ho fatto perché è praticamente obbligatorio se si vuol fare il lavoro che faccio, l’ho fatto perché mi sembra il primo passo per raggiungere qualcosa di più. Ora sono un’impresa individuale che si occupa di interaction design con un occhio particolare al mondo dei giochi (un giorno declinerò un po’ meglio la faccenda) ma un domani non mi dispiacerebbe per nulla avviare una piccola realtà. Credo molto nel potere di piccoli studi che si uniscono ad hoc per intraprendere progetti, al di fuori della lentezza delle grandi aziende e dei limiti geografici. Credo in un modo di lavorare che probabilmente in Italia è un casino della madonna™ ma hey, se non inizia a crederci per davvero qualcuno e a usare questi benedetti strumenti per migliorar(si) davvero la vita, moriremo lamentandoci che nessuno ci vuole bene. Punto e accapo.

Il fatto è, come si vede da questo post di Dario Banfi, che ha generato una (secondo me) utile discussione su FriendFeed. Discussione che probabilmente si covava da tempo, più precisamente da un talk lanciato da Vittorio Bertola allo scorso BarCamp torinese. Il punto è: ormai i lavoratori della conoscenza, ovvero tutti quei freelance che producono beni più o meno immateriali, che hanno a che fare con l’informazione e con la comunicazione, sono tanti e sono anche una forza economica mica trascurabile. E però vengono messi di fronte a ostacoli e difficoltà non indifferenti. Ora, io lo so che Randy Pausch diceva che the brickwalls are there for a reason, e sono sicuro che sia così. Ma se fosse stato nel nostro paese, forse, sarebbe stato un filo meno ottimista.

Perché hai voglia a essere imprenditore di te stesso quando per il solo fatto di avere una partita IVA vieni considerato un evasore e sottoposto ai tremendi studi di settore, quando la gestione amministrativa ti prende il 60% del tempo che dovresti dedicare al lavoro, quando una banca ti rifiuta un prestito perché lei non ci offre garanzie, ma poi ti tocca fidarti e aspettare mesi su mesi per vedere il denaro che faticosamente hai guadagnato, perso nei meandri di uffici amministrativi e quant’altro. E questo è solo l’inizio.

Prendete il mio caso. Ho scelto il regime agevolato, conscio del fatto che all’avvio dell’attività non avrei potuto fatturare molto. Nel regime agevolato tu paghi una specie di tassa flat (semplifico) del 20% e non sei soggetto agli studi di settore. In cambio non puoi avere spese oltre i 15000 euro e non puoi avere dipendenti o collaboratori, né fatturare all’estero. Può andar bene per iniziare, ma guarda un po’, mi capitano due possibilità di progetti un po’ più articolati (e tra l’altro bellissimi). Ora tutto diventa una giungla: ho bisogno di aiuto e non posso averne, e se cambio regime nessuno (NESSUNO!) sa come dovrei pagare le tasse sulle fatture precedenti. Nel contempo l’ansia sale, perché devo contare sul cliente altrimenti non posso pagare i collaboratori, eccetera eccetera. E l’ansia ti fa lavorare male. Lo so, sono problemi che si risolvono, ma se molte startup italiane hanno sede a Londra, ci sarà un motivo, no? Per inciso, è tutto Pil che diamo agli inglesi, che a me sono simpatici, ma poi hai voglia a fare i nazionalisti, no?

In tutto questo devo ringraziare qualche botta di culo che mi permette(rà) di avere una casa, perché io, in questa situazione (e non solo io) un mutuo non me lo potrò mai permettere, e gli affitti nella mia città sono allucinanti (e comunque se non garantiscono i miei, cosa che per molti non è un problema, ma, ammettiamolo, è piuttosto antipatica).

Questo per dire che sarebbe ora che noi tutti iniziassimo a sfruttare questo strumento per fare sentire la nostra voce, per fare valere le nostre ragioni. Abbiamo un mezzo di organizzazione e di azione collettiva della madonna™, perdio, usiamolo.

La proposta è questa. Ogni persona interessata alla cosa scriva il suo punto di vista, racconti la sua storia, evidenzi i suoi problemi. Creiamo (magari linkandoci tra di noi, è uno dei casi in cui questa pratica può essere utile) un cluster di post sull’argomento, parliamoci, confrontiamoci. E vediamo intanto cosa esce fuori da qui.

Update

(Mettete nei commenti il link o un trackback al post che avete scritto, in modo che possa riportarlo di seguito).

  • Cristiano mi segnala l’esistenza di ACTA, associazione dei consulenti del terziario avanzato. Mi sembra un’ottima iniziativa, tra l’altro punta a risolvere molti problemi evidenziati nel mio post. Ho solo due dubbi: nella mia idea di “knowledge workers” non stanno solo i consulenti, ma anche i liberi professionisti, i piccoli imprenditori e gli studi. Non vorrei che rimanessero fuori persone che condividono certe issue. Inoltre vedrei bene, anche affiancata a una realtà di questo tipo, un gruppo più loosely jointed, meno strutturato ma più dinamico, che possa avvantaggiarsi degli strumenti di rete per azioni collettive veloci e che possa coinvolgere anche chi magari è meno motivato. Ma è solo il mio punto di vista, discutiamone.
  • Dario Banfi, che da tempo si occupa di queste cose (a differenza mia che sono purtroppo un newbie terrorizzato) ha riassunto un po’ di post sull’argomento. È un lavoro prezioso, grazie :)
  • Ecco il parere di Raibaz, mi sembra non molto dissimile da tutto quello che sta venendo fuori nei commenti. Grazie ancora delle risposte, e non temete di essere prolissi o poco opportuni. Conta il parere di tutti :)
  • Elena fa un po’ di chiarezza sulla questione dei regimi agevolati. La ringrazio anche per il supporto e l’incoraggiamento via gTalk :)
  • Ecco anche il contributo di Marco Scano
  • Anche Francesco aka Pseudotecnico ha scritto il suo punto di vista
Sid October 7, 2008 at 20:32

concordissimo; io in quattro anni ho cambiato tre volte forma alla mia ditta individuale, ora dovrei essere nella tua stessa situazione (in pratica sono esente IVA e richiedo la ritenuta).

Il mio problema principale è che sono troppo piccolo per partecipare a bandi di gara pubblici (ad esempio) ma poi mi ritrovo a lavorare sugli stessi progetti che ditte più grandi hanno preso e che “subappaltano” a me (nel frattempo è facile immaginare quanto poco mi arrivi di quei succulenti banchetti, le briciole, considerando che questi lavori non faranno nemmeno portfolio).

Rispetto al credito poi, beh, mi vien da piangere; ho strappato un fido (misero) prostrandomi al direttore di banca ma se avessi bisogno di un collaboratore non saprei come fare (cioè lo so, pagarlo a fine lavoro, se accetta)… quindi appoggio al 100% la tua mozione, vediamo cosa ne esce

Federico Fasce October 7, 2008 at 20:38

Ecco, quello delle due-tre grandi realtà che cannibalizzano il mercato come dici tu è un problema tipico del nostro settore specifico, lo sviluppo web. A questo aggiungerei il fatto che la progettazione (intesa come interface design, UX, interaction design, studi di usabilità and so on), in Italia, ha importanza zero. Ma qui vado troppo nello specifico della categoria professionale. :)

Cristiano Siri October 7, 2008 at 21:49

Ciao Federico,
come sai la mia situazione è analoga alla tua.

Esiste un’associazione che negli ultimi 6 mesi si è dimostrata molto attiva su diverse tematiche inerenti noi consulenti del terziario avanzato, a partire dall’assurdo trattamento previdenziale.

Questa associazione è ACTA (Associazione Consulenti del Terziario Avanzato).

Credo che potrebbe essere un buon punto di partenza che raccoglie già un (non enorme) numero di figure che hanno problemi analoghi ai nostri.

Inoltre sono in fase di rifacimento del sito (quello che vedi è il vecchio) e magari ci sono pure spazi per proporre contenuti e/o iniziative da portare avanti in collaborazione.

Comunque sono disponibile per collaborare a iniziative per analizzare i nostri comuni problemi, per cercare soluzioni e per porle all’attenzione dei legislatori e delle diverse realtà cui sia utile rappresentarle.

Raibaz October 8, 2008 at 08:58

Anch’io sono in una situazione per certi versi simile, visto che ho aperto la partita iva poco più di un anno fa, da neolaureato e, in quanto “piccolo” il grosso dei miei introiti viene da società grosse che prendono i progetti e poi mi spediscono dai clienti a lavorare in body rental, lasciandomi le briciole del banchetto e tenendosene una parte consistente a fronte di un lavoro praticamente nullo.

Ho un paio di fortune che mi hanno salvato finora, tipo i miei genitori che mi hanno comprato casa o l’iscrizione all’ordine degli ingegneri che mi dovrebbe garantire un po’ più di tranquillità sul fronte previdenziale, ma soffro comunque di molti dei problemi comuni alla categoria dei liberi professionisti, tipo il ritardo cronico nei pagamenti da parte dei clienti e di conseguenza la necessità di dover dedicare troppo tempo all’attività di recupero crediti.

Dal mio punto di vista di vero noob, l’idea di un’associazione di categoria sarebbe particolarmente interessante anche come mezzo “istituzionalizzato” per condividere dell’esperienza da parte di chi fa questo mestiere da più tempo, oltre all’utilità di cui hai già parlato tu in termini di farsi riconoscere come categoria dal resto del mondo.

Appoggio in pieno, quindi, ora scrivo un post :)

Federico Fasce October 8, 2008 at 11:04

Cristiano: visto, mi sembra una cosa interessante anche se non so bene quella parola “consulenti” cosa voglia raggruppare. Io sono definibile consulente? Non so, mi sento più un libero professionista e al massimo un imprenditore (stiracchiata, eh). Ma magari son solo io che mi faccio pippe sulle parole, non so.
Seconda cosa: credo serva, anche affiancata a una realtà strutturata in modo tradizionale, anche un tipo di azione loosely jointed, che possa avvantaggiarsi della rete per ottenere più partecipazione. Ma magari ACTA è già così e io non ho capito. Comunque lo segnalo dentro il post, in modo che abbia più rilevanza.

Raibaz: ottimo. Segnalami nei commenti il link, magari, così lo metto nel post.

Giulia October 8, 2008 at 11:25

Io fuggo la partita iva come il demonio: dovunque lavori cerco di farmi fare contratti a progetto o di altro tipo. Certo, questo mi impedisce di diventare una “ditta individuale”, ma come produttrice di contenuti finisco spesso per lavorare su commissione, con direttive altrui.
La partita iva mi dissangua e non mi dà alcun vantaggio.
Sono d’accordo con te, però, sul fatto che la crescita come lavoratori indipendenti passa anche per una forma di associazione, di osservazione oggettiva dei problemi e degli ostacoli fiscali, e di proposta di soluzione. E’ l’unico modo per essere ascoltati. Siamo ormai tanti, tantissimi. Per nulla tutelati, per nulla assistiti, solo spremuti.

destynova October 8, 2008 at 11:33

Da partita Iva pluridecennale conosco bene il problema: nel tempo ne ho provate molte, organizzando consorzi con altri nella mia stessa situazione (non fatelo MAI!: è una forma costosa, poco adattabile e infine inutile), creando società con amici (non fatelo quasi MAI!, o meglio prescindete dall’amicizia e prevederete i problemi in modo sano. A parte tutto, i costi strutturali e la difficoltà gestionale di uan società di capitali richiedono uan solida base di clientela: tristemente, fatturato!) e poi tornando alla mi singola individualità più o meno tristemente ma neppure troppo. Uno strumento sufficientemente duttile, fiscalmente interessante su cui sto facendo qualche sondaggio è la vecchia ma sempre in auge cooperativa. Qualcuno ha qualche esperienza da condividere? Grazie

Felter Roberto October 8, 2008 at 11:52

Un’altra tipologia di esperienza da raccogliere sarebbe quella relativa al rapporto con il proprio “commercialista/consulente fiscale”.
Molti di questi infatti, rapportandosi con società o liberi professionisti del IT, non sanno proprio da che parte iniziare. A partire dal codice da assegnare alla attività (che già è un problema) sino a cosa si può o non può fare ecc.. E, come dice bene Giulia, da questo dipende spesso la sopravvivenza di una partita IVA, che per alcuni è vantaggiosa e per altri è un suicidio. Nonostante a conti fatti facciano la stessa tipologia di lavoro ma hanno solo un “commercialista” meno preparato.

Strelnik October 8, 2008 at 12:24

Situazione identica per me.
Da una decina d’anni lavoro – principalmente come web designer – quasi * sempre in maniera autonoma: contratti di collaborazione all’inizio, poi studio professionale associato (due professionisti che si spartiscono un’unica partita IVA), poi una srl con altri soci, infine di nuovo partita IVA; e siamo a oggi.

Anch’io ho scelto il regime agevolato e mi sono ritrovato a scervellarmi su come recuperare l’IVA di alcuni lavori preventivati e approvati (e realizzati) quando ancora non c’era la possibilità di scegliere il “forfettone”;
andràa finire che almeno per uno di questi ci rimetterò i soldi io e bona lì: questo perché non mi va e mi fa incazzare dover investire troppa parte del mio tempo nella gestione burocratico-amministrativa – che non è il mio forte e, detto tra noi, mi fa anche parecchio cacare – o nelle lotte individuali contro committenti o clienti che si dimenticano di pagare o procrastinano fino a quando non gli fai la voce dura.

Facciamo qualcosa, sì, per lavorare meglio, meno ansiosi e più pagati.
Io ci sto.

  • solo una volta, in dieci anni, ho scelto di essere assunto a tempo indeterminato col contratto classico: è durata otto mesi, gli ultimi due senza stipendio. Ma erano i tempi della bolla, mica come adesso che l’economia è solida anche nel terzario avanzato…
Giulio Gaudiano October 8, 2008 at 12:28

Caro Federico,

ti ringrazio di questo post e della discussione che esso crea, che ha tutte le carte in regola per non essere un’ennesima occasione di piangersi addosso.

Personalmente sono entrato nel mondo dei liberi professionisti un anno e mezzo fa e dai miei amici sono considerato un entusiasta della partita IVA.

Entusiasta, in realtà, non lo sono affatto, perché preferirei (come tutti credo) non dare una fetta così grossa dei miei guadagni allo stato (che non sempre merita la “S” maiuscola).

Io lavoro su Internet, comunico con i miei amici sparsi per il mondo in 3 lingue, viaggio spesso e mi è capitato, nell’ultimo anno, di lavorare in altri paesi e in altre lingue, per cui faccio un po’ di fatica ad affrontare l’espressione:

io sono italiano + lavoro = pago le tasse allo stato italiano

In ogni caso le regole sono regole e io amo dormire sonni tranquilli.

Da quando lavoro a MasterNewMedia ho sviluppato una particolare sensibilità al valore dell’essere “imprenditore di te stesso ” e forse è la decisione felice di esserlo che fa dire ai miei amici che sono un entusiasta della Partita IVA.

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Ecco alcune osservazioni che possono essere utili alla discussione:

  1. Condivido quello che dici tu sul fatto che si deve fare assolutamente qualcosa (o la fa l’Agenzia delle Entrate o ce la dobbiamo inventare noi) per evitare che sia più il tempo speso nella gestione economica e fiscale, che quello impegato per fare bene il tuo lavoro.

  2. Bellissima l’idea di Felter Roberto sulla condivisione di conoscenze e esperienze sull’ambito della gestione della partita IVA. Io ho la fortuna di avere un consulente dell’Agenzia delle Entrate (in realtà ce l’hanno tutti quelli che hanno il vecchio regime agevolato, anche se molti non lo sanno) che è simpatico, alla mano e mi spiega tutto 100 volte finché non lo capisco. Ma finché non ho incontrato lui, cercando su Internet (mio primario canale di comunicazione con il mondo esterno) ho trovato solo roba scritta in modo illegibile e che mi ha generato più confusione che altro.

  3. Da quando ho cominciato a lavorare sul Web, la mia visione pessimistica (indotta da anni di catechizzazione da parte dell’ambiente universitario italiano, che ha tentato di convincermi che lavorare è un premio per pochi eletti) è decisamente cambiata. Credo che l’quello di cui parla Federico, ovvero di “lavoratori della conoscenza”, è un futuro fighissimo per molti giovani. Lavorare per rendere il matrimonio LavoroSulWeb+PartitaIVA più accessibile e conveniente credo possa essere un servizio molto utile per noi e per molti dopo di noi.

Scusate se ho scritto troppo :-P

pecus October 8, 2008 at 13:59

Federico,

credo che tu abbia dato voce a un’esigenza condivisa. Non tanto sugli aspetti fiscali e normativi, per cui un’associazione che accelera il naturale (ma dispendiosissimo e a volte fallimentare) self-help può giovare, quanto sulla dimensione di rete, associazionismo, impresa flessibile.

Questa è un po’ la sfida e allo stesso tempo l’opportunità che possiamo condividere e praticare, al di là della fatica oggettiva che segnala destynova (perché quando si parla di soldi o si cerca una forma giuridica sostenibile cominciano i guai). Dal punto di vista della conoscenza e della moltiplicazione di ingegno che può derivare da un lavoro condiviso, di rete, eppure parcellizzato e individuale, consono quindi ai nostri profili professionali, è una corda che per me vibra da ben prima di aprire una partita IVA. Al di là diLinkedIn e dei commenti sui blog, o il tentativo a volte eccessivamente prudente di fare rete anche dal vivo (vd. Frontiers a Torino).

Hai quindi il mio sostegno e la mia disponibilità, che potrebbe manifestarsi in modo imprevedibile e indefinito (ti avverto perché è già successo con altri nelle nostre condizioni). In fondo, che piacere più grande ci può essere che coinvolgere persone che si stimano nei progetti che capita di gestire?

Matteo

P.S. ho scritto troppo anche io, ma quel bianco dei Birilli è proprio buono ;-)

Zobbi October 8, 2008 at 19:11

Lo stato ti pone come evasore prima ancora di accertarlo, praticamente NESSUNA ditta individuale rientra negli studi di settore e deve pagare l’adeguamento, se non viene pagato sono guai grossissimi non nell’immediato ma nel futuro… Questi benedetti studi di settore sono sbagliati perchè completamente fuori la realtà del lavoro, hanno parametri che non possono mai coincidere. Bisognerebbe tenere conto del fatto che: i clienti non ti pagano puntualmente, si hanno delle scadenze da rispettare, gli impiegati/collaboratori costano e alle volte non si assumono per produrre ma semplicemente per agevolarsi nel lavoro e poter pagare contributi e stipendio.

Ottima iniziativa, le esperienze raccolte da parte di molti sicuramente aiutano a vederci più chiaro.

Nicola D'Agostino October 9, 2008 at 14:30

Forse la cosa più concreta e drammatica sul lungo andare è che non abbiamo un futuro e sprechiamo il nostro presente. Questo perché non rientriamo in categorie adeguate o ci dobbiamo infilare in altre chiaramente inadeguate (liberi professionisti? imprenditori? piuttosto direi che siamo forzati del terziario avanzato).

nda

Marco Cattaneo October 9, 2008 at 17:16

Personalmente ho chiuso partita IVA dopo 7 anni di libero professionismo e riconosco che la mia vita é decisamente migliorata, dal punto di vista della tranquillità (e ora non sono più precario, come si usa dire la fuori, di quanto non lo sia un possessore di PIVA).

Vi invito ad alcune riflessioni:

a) L’onere amministrativo e contabile di un libero professionista, dopo un rodaggio iniziale di un paio d’anni di esperienza, é molto limitato e non comparabile con quello di un’azienda (che solitamente paga comunque personale ad hoc e fior di quattrini per il commercialista);

b) Il regime agevolato semplifica discretamente la situazione, ma ovviamente deve porre dei limiti. Pare difficile, per altro, che tu possa aver bisogno di collaboratori e di fatturare molti più soldi e non avere spese annue sotto i 15k euro.

c) Anche se, per i pesci piccoli, gli studi di settore sono il male assoluto, lavorando nell’IT come consulente hai il vantaggio di poter assumere una posizione che non ti consente di rientrare nei settori attuali e un buon commercialista, di solito, riesce a risolverti il problema…

d) F******o il patriottismo e, se il lavoro gira e ne hai bisogno, un bel prestanome in UK e passa la paura.

Marco Cattaneo October 9, 2008 at 17:20

Dimenticavo:

e) Le “beghe” amministrative e contabili bisognerebbe vederle nell’ottica di qualcosa che fa parte del gioco e non di un onere che chissà da dove vien fuori.

Piuttosto, a proposito di aver vita facile, sarebbe bello che i commercialisti sapessero dare risposte congruenti (fra loro stessi e fra uno e l’altro) e rassicurarti sul fatto che, anche quest’anno, é davvero tutto in regola e puoi stare tranquillo e invece…

Anna Soru October 11, 2008 at 11:01

ho scoperto per caso il vostro blog e ho letto la segnalazione di Acta, di cui sono una dei soci promotori. Alcune precisazioni.
1. abbiamo avuto sin dall’inizio una difficoltà a definirci, le dizioni “consulenti del terziario avanzato” e professionisti con partita iva, sono due tentativi , ancora insoddisfacenti. Il nostro obiettivo era ed è quello di cercare di individuare i lavoratori autonomi (nel senso di non legati da un rapporto di lavoro dipendente stabile) che operano principalmente nell’area dei servizi alle imprese (non direttamente venduti a persone fisiche) basati su capacità cognitive e relazionali (conoscenze, creatività etc), ma non siamo ancora riusciti a trovare una definizione sintetica e adeguata. Sono graditi suggerimenti.
2. Acta non è una realtà strutturata (purtroppo o per fortuna, non saprei), ma un luogo (virtuale) entro cui cercare aggregazioni per perseguire obiettivi comuni.
3. Le nostre richieste non rientrano in una logica corporativa, ma sono principalmente richieste di equità, di riforme che mirino all’eliminazione di discriminazioni o all’estensione di diritti che dovrebbero essere universali.
Già quattro anni fa, al momento della nascita dell’associazione, ci eravamo resi conto che la mancanza di rappresentanza avrebbe potuto produrre degli effetti deleteri sulle nostre condizioni di lavoro.
Si rendeva auspicabile un aggiornamento della contrattualistica (la Partita Iva va bene per chi può acquistare beni strumentali importanti per l’attività, mentre chi basa la propria sopravvivenza sulle conoscenze può detrarre solo il 50% delle spese per l’auto-aggiornamento) e del diritto del lavoro (dal punto di vista giuridico, siamo considerati imprese, non lavoratori), visto che per noi quella dell’autonomia non era una condizione momentanea, ma la modalità inevitabile con cui portare avanti la propria attività.
Tutti i provvedimenti legislativi a questo riguardo sono invece andati nella direzione dell’irrigidimento e dei controlli (es. applicazioni degli studi di settore) e dell’innalzamento dei contributi previdenziali, col mantenimento di alcune imposte riconosciute inique (l’Irap non è ancora chiaramente eliminata).
Più che per migliorare la nostra situazione, stiamo dunque lottando in questi anni per evitare che essa peggiori in maniera insostenibile.
Ci interessano le grandi questioni del welfare , del fisco, dei diritti (tempi di pagamento ad es) e stiamo lavorando per approfondire la conoscenza delle nostre problematiche; farci conoscere e aumentare massa critica; cercare di accreditarci sia presso il mondo politico e istituzionale, sia presso studiosi ed esperti di temi del lavoro (sia giuslavoristi, sia economisti del lavoro), di fisco e previdenza; costruire alleanze.
Se per portare avanti degli obiettivi concreti e praticabili ci concentriamo sui temi fiscali e previdenziali, le questioni di fondo che costituiscono l’orizzonte della nostra azione sono molto più ampie e riguardano l’universalità dei diritti all’interno di un welfare moderno, sostenibile e funzionante e una cultura del lavoro più moderna e adeguata alla velocità del divenire economico e sociale attuale, ma anche la ricerca di nuove forme organizzative.
4. E’ vero che stiamo aggiornando il sito. Sarebbe interessante anche per noi trovare spazi di collaborazione
ciao a tutti

Mushin October 22, 2008 at 09:18

Io sono ancora più terrorizzato di te. Avevo salvato il tuo post e comincio a considerarlo il mio how-to, perché in 30 giorni passo dai libri alla partita iva. E la consapevolezza di essere in Italia non mi aiuta. Hai mica pensato ad un gruppo su LinkedIn? (ovviamente un sentito grazie per aver avviato la discussione e per essere rimasto in Italia. Non sono nazionalista ma mi piace la mia lingua, cerco di resistere qua e vedere che non tutti i cervelli sono fuggiti mi fa sempre piacere).

0disse0 June 28, 2009 at 17:37

@Felter Roberto: io ho avuto un’esperienza simile, il mio commercialista (ex) non ci capiva una mazza del lavoro che faccio – knowledge worker – e mi fece predisporre la contabilita’ come un commerciante. Ancora oggi, a 5 anni dalla chiusura della partita iva, pago a rate le tasse che dovevo allo stato per il solo fatto di esistere …

Invece com’e’ sta cosa del consulente dell’agenzia delle entrate? Dove ci si rivolge? Mi sembra ottima: uno va direttamente dal “carnefice” cosi’ non succede come nel mio caso, che dopo cinque anni qualcuno impazzisce e dice che io (il commercialista invero) ho “sbagliato” a dichiarare e quindi mi multa come se fossi la FIAT …

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